La voce della mandria
un film di Matthias Joulaud e Lucien Roux (2026, 80′)
Dopo l’anteprima assoluta a Visions du Réel 2026, anteprima italiana al Film Festival della Lessinia il 22 agosto 2026.
Prossimamente al cinema, distribuito da Valtellina Distribuzione.
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Sinossi
Didier lavora nell’allevamento di bovini della famiglia Maury a Lavigerie, minuscolo villaggio nel Massiccio Centrale. Sordo dalla nascita, non ha mai appreso la lingua dei segni. Vive da solo in una casa isolata in piena campagna. Dalla morte di Claude, suo fratello e unico compagno, si rifugia nel lavoro. Mentre l’allevamento sta attraversando una crisi sanitaria, Didier è spinto da una sfida vitale: reinventare il proprio linguaggio, farsi capire e trasformare la propria disabilità in un punto di forza. I due giovanissimi registi incontrano Didier durante il periodo pandemico, quando casualmente erano bloccati proprio a Lavigerie. I tre stringono una forte amicizia e insieme realizzano un film denso, profondo e delicato, in cui sono centrali i temi del lavoro, della comunità e della solidarietà.
Note di regia
Siamo due registi di 25 anni, amici fin dai tempi del liceo. Abbiamo scritto e girato insieme diversi documentari. Nell’inverno del 2015 abbiamo scoperto il villaggio di Lavigerie, nel Massiccio Centrale. Lì abbiamo incontrato Didier Delorme. Sordo dalla nascita, quest’uomo non ha mai imparato né a leggere né a scrivere. Non parla nemmeno la lingua dei segni. Riesce a farsi capire dagli altri esprimendosi attraverso una sua propria mimica. Ripete spesso la sillaba “ba” quando comunica e la gente del posto lo ha soprannominato «Baba».
Nel marzo 2020, durante la pandemia di COVID-19, ci ritroviamo confinati a Lavigerie. Durante i tre mesi trascorsi in questo ambiente rurale e isolato, frequentiamo Didier. Impariamo a comunicare con lui: le nostre conversazioni sono fatte di gesti, segni e sguardi. Scopriamo la sua quotidianità: una vita fatta di silenzio e di lavoro. Didier è uno scapolo incallito che non ha mai lasciato il suo villaggio natale, né la casa di famiglia. Grazie alla sua gentilezza e al fatto di essere nato in una famiglia di allevatori locali, è ben integrato nella comunità degli agricoltori: fa parte della “famiglia“. La sua disabilità gli conferisce un ruolo a parte all’interno del villaggio: nessuno parla male di lui; è considerato una mascotte, un «ragazzone» curioso e singolare. Allo stesso tempo, questa disabilità gli impedisce talvolta di stringere legami con gli sconosciuti e rende l’incontro amoroso, che lui sogna, difficile se non impossibile. Didier è considerato, dalle istituzioni sanitarie, come un adulto disabile. È sotto la tutela di sua sorella Gilberte Delorme, il più delle volte assente. Percepisce una pensione di invalidità da anni, il che gli permette di organizzare le sue giornate come meglio crede. Ma Didier lavora costantemente. Aiutare chi gli sta vicino è per lui un modo per ritagliarsi un posto nella società. Tra gli agricoltori che lo circondano, Didier ha stretto un’amicizia molto speciale con una famiglia di allevatori: i Maury. Il suo sogno è quello di lavorare, come loro, in una fattoria e di possedere delle mucche. Ecco perché trascorre molto tempo ad aiutare la famiglia Maury. Inoltre, Didier sa farsi capire dagli animali. Possiede un senso del tatto e dell’osservazione fuori dal comune. È un aiuto prezioso per qualsiasi allevatore.
Durante il tempo trascorso con lui, realizziamo alcune immagini cercando di rendere conto del suo metodo di comunicazione. Cerchiamo anche di cogliere quell’acume di cui dà prova, in particolare nelle sue interazioni con con il mondo animale. Didier si lascia coinvolgere dal gioco delle nostre immagini; si interessa al funzionamento della telecamera e del microfono; ci suggerisce idee su luoghi o eventi particolari da riprendere. Il nostro rapporto si evolve, incentrandosi ormai sulla telecamera che si trasforma in una penna per riprendere Didier, il quale accetta di raccontarci la sua storia.
Ogni giorno, Didier si svela sempre di più. Ci parla del suo passato e di quello di questo piccolo villaggio. Ricorda suo fratello, Claude, che era le sue orecchie e la sua bocca; ci racconta della sua morte e dell’enorme vuoto che questa ha lasciato nella sua vita. Ci parla della sua paura della solitudine, che a volte gli sembra insormontabile, della sua fobia nei confronti della medicina e della burocrazia, che in lui generano pensieri cupi e comportamenti autodistruttivi. Ci confida anche un desiderio segreto: quello di incontrare una donna e di mettere su famiglia. Infine, ci parla della povertà che si sta diffondendo nel villaggio, delle mandrie di mucche che scompaiono per mancanza di denaro e di manodopera, di un vicino che si è suicidato con un fucile a causa di una truffa sentimentale su Internet.
Questa precarietà del mondo agricolo, ce la facciamo vicina mentre filmiamo i Maury. Didier lavora con loro, di tanto in tanto come bracciante. Laetitia e Laurent Maury sono i vicini più prossimi di Didier. Possiedono un allevamento bovino di circa duecento capi, distribuiti in diversi capannoni. Soffrono di un sovraccarico di lavoro e di responsabilità. Schiacciati dal peso di questa eredità lasciata dal padre di Laurent, non possono nemmeno pensare di abbandonare l’azienda agricola; eppure fanno fatica ad arrivare a fine mese; lavorano tutti i giorni e spesso fino a tarda sera. Didier li aiuta, occupandosi di alcuni animali o di alcuni compiti noiosi, senza chiedere alcun compenso.
Il film «La voce della mandria» traccia quindi il ritratto di Didier, della sua disabilità, della sua situazione singolare nel cuore di una piccola comunità contadina. Attraverso di lui, riprendiamo anche le difficoltà dei Maury, l’ansia permanente e la sofferenza di una generazione di allevatori e allevatrici esausti. Nella struttura del documentario, creiamo un legame tra la loro realtà e le recenti rivolte del mondo agricolo, denunciando la schiavitù degli agricoltori a vantaggio di un’industria alimentare ipercompetitiva e globalizzata.
Il film inizia con un problema: l’IBR, ovvero la «rinotracheite infettiva bovina». Si tratta di una malattia che colpisce principalmente i bovini. Si manifesta con un’infiammazione delle vie respiratorie superiori e con altre patologie, tra cui gli aborti. Sebbene l’IBR non sia trasmissibile all’uomo, l’Europa ha appena adottato nuove misure che obbligano gli allevatori a macellare tutti gli animali portatori della malattia. L’IBR e l’Europa: ecco la doppia piaga che colpisce l’azienda dei Maury, come tanti altri agricoltori. Così, dopo aver effettuato prelievi di sangue su tutto il bestiame, i Maury si vedono costretti a mandare gran parte del bestiame al macello. È uno strazio per tutti, ma soprattutto per Didier: non solo lui ama profondamente le mucche di cui si prende cura, ma l’azienda agricola stessa è un rifugio. Eppure anche questa è minacciata. Cosa ne sarà dei Maury in questo momento di crisi che colpisce la loro azienda agricola? E soprattutto, cosa ne sarà di Didier? È attorno a queste due domande e a questa svolta nelle loro vite che il film si sviluppa.
Con una troupe ridotta, abbiamo filmato Didier nella sua vita quotidiana e nel suo lavoro. Per tutte le scene d’azione e di lavoro, abbiamo lavorato con la camera a spalla, che favorisce il movimento e la vicinanza. Attraverso questa vicinanza vogliamo immergere lo spettatore nella realtà del lavoro. Per quanto riguarda i Maury, abbiamo cercato di raccontare la loro realtà, le loro condizioni di lavoro e di questa crisi che li colpisce e che si è costantemente aggravata dall’avvento dell’agricoltura intensiva.
Abbiamo filmato Didier nei rituali quotidiani e in quel lavoro che occupa un posto così importante nella sua vita. Si impegna in una serie di compiti ripetitivi che lo rassicurano: più lavora con le mani, meno rimugina sul suo passato e meno immagina un futuro, a volte angosciante. Tuttavia, il minimo granello di sabbia nella sua routine, il minimo turbamento, può farlo sprofondare in una profonda malinconia. Da uomo schietto, da lavoratore esperto, Didier incarna la figura del contadino dalla «schiena forte» che non teme né la fatica né il dolore.
Il modo di esprimersi di Didier emana una vera e propria bellezza. La sua gestualità è una coreografia, un accesso poetico e diretto al suo pensiero. È per questo motivo che abbiamo deciso di curare con particolare attenzione alcune riprese con Didier, con inquadratura fissa, di fronte alla telecamera e in un’ambientazione e con un’illuminazione particolarmente studiate.
Didier è un uomo solitario: sente il bisogno di camminare da solo e di lavorare da solo. Ma, come ogni uomo, il suo silenzio non gli impedisce di avere una vita interiore ricca e vivace. Eppure a Didier piace raccontare i propri sogni. Ne abbiamo fatto esperienza noi stessi, proprio come Laëtitia. È questo il primo motivo per cui abbiamo deciso di dar loro vita nel film. Il secondo è che volevamo anche mettere in discussione il nostro stesso linguaggio, in altre parole la materia stessa del film: le immagini e i suoni. Per rappresentare i sogni e imprimere la nostra visione personale, abbiamo scelto di trasformare i paesaggi o gli oggetti cari a Didier in chimere deformate dalla nostra immaginazione. Dopo diverse sperimentazioni, abbiamo deciso di utilizzare una termocamera. Questo metodo di acquisizione delle immagini ci permette innanzitutto di isolare personaggi, oggetti e scenografie in nero su uno sfondo bianco. Lo sfondo bianco funge quindi da green screen.
Piccolo borgo situato sulle pendici del Cantal, Lavigerie è incastonato in fondo all’alta valle della Santoire, ai piedi del vulcano del Puy Mary nel Massiccio Centrale. Questo paesaggio di prati è in gran parte dedicato all’allevamento bovino. Durante l’anno, a Lavigerie risiedono una decina di abitanti, tra cui Didier Delorme. Durante l’inverno, il villaggio è completamente isolato dalle zone urbane più vicine. È uno degli ultimi ad essere sgomberato dalla neve in caso di forti nevicate. Spesso sono gli stessi abitanti a organizzarsi per farlo. La gente del posto soprannomina del resto questa valle «La piccola Polonia», a causa dell’umidità e dell’asprezza dei suoi paesaggi incassati. E i suoi abitanti, che hanno la fama di essere gente dura e che non teme il freddo, sono soprannominati «i polacchi». Ma la realtà è ben diversa: gli abitanti di Lavigerie sono dei veri “bonvivant”, pieni di umorismo e di autoironia.