AUBER 89

un film di Giuseppe Schillaci (2026, 79′)
In anteprima assoluta a Venezia 2026, Giornate degli Autori.
Dal 10 settembre 2026 al cinema in Italia distribuito da Revolver e Valtellina Distribuzione. (codice Cinetel 22544)
Siracusa, Ortigia Film Festival, 22 settembre
Bergamo, Cinema Conca verde, 22 settembre
Padova, cinema Lux, 24 settembre
Bologna, Archivio aperto, 23 ottobre
Per prenotare una proiezione scrivi a albertovaltellina(at)gmail.com
AUBER 89 Pressbook ITA-light

Sinossi

Il regista Giuseppe Schillaci scopre filmati d’archivio inediti negli archivi di Aubervilliers, quartiere alla periferia di Parigi. Le immagini erano state riprese negli anni ’80 durante un ambizioso progetto di riqualificazione urbana, “Banlieues 89”; vediamo gli abitanti del quartiere impegnati a migliorare le proprie condizioni di vita, immaginando un futuro migliore. L’attore Fatsah Bouyahmed ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza a Auber. Reduce da un incidente che gli ha causato una temporanea perdita di memoria, Fatsah è invitato a vedere quei filmati quarant’anni dopo. Ecco che riaffiorano i ricordi: la famiglia, le amicizie, la musica e la vita quotidiana, le immagini scorrono e Fatsah rivive e commenta le tensioni sociali dell’epoca, l’ascesa del razzismo, la disuguaglianza e l’esclusione. Muovendosi tra passato e presente, Giuseppe Schillaci con Auber 89 rivisita la dimensione sociale e urbana della cité, ci mostra gli edifici abbattuti per lo sviluppo di grandi progetti edilizi e si sofferma sui piccoli progetti, come la televisione di quartiere. Un percorso per immagini che si confronta e interpella il presente.

Note di regia
Auber 89”, come molti dei miei film, è nato da un incontro – un incontro che ne ha generati molti altri. La prima persona a guidarmi in questo mondo è stata Patrice Lutier, l’artefice della riqualificazione partecipata dei complessi residenziali di Aubervilliers negli anni ’80. Patrice mi ha aperto le porte degli archivi comunali di Aubervilliers: quasi cento ore di filmati in Hi8 e U-Matic, conservati lì da oltre quarant’anni. Mentre guardavo queste registrazioni, provavo una strana sensazione, come se quelle immagini facessero parte dei miei stessi ricordi d’infanzia, ambientati in un quartiere popolare di Palermo. Forse tutte le periferie si assomigliano. Questi archivi video sono pervasi da una straordinaria vitalità collettiva, da una determinazione condivisa a superare insieme le difficoltà. Eppure non sapevo come raccontare la storia delle banlieues francesi che si dispiegavano davanti ai miei occhi. Cercavo qualcuno che potesse incarnare queste immagini dall’interno, una voce unica in grado di trasmettere sia questa storia sia la lotta di un’intera comunità contro la disoccupazione, il razzismo, la dipendenza dall’eroina, il conflitto generazionale e la disillusione politica. Cercavo un’altra guida che potesse condurmi attraverso questa storia, una che mi sembrasse al tempo stesso così lontana e così vicina alla mia esperienza di chi è cresciuto tra l’Italia e la Francia.Quando ho scoperto che l’attore franco-algerino Fatsah Bouyahmed appariva in quelle immagini da adolescente, ho capito che doveva essere lui. La sua iniziale riluttanza, la sua memoria offuscata – tutto ciò non ha fatto che rafforzare la mia convinzione. Ho capito che il film esisteva nello spazio tra ciò che i nastri conservavano e ciò che Fatsah aveva dimenticato. È venuto nel mio studio di montaggio, si è seduto davanti a uno schermo e io gli ho mostrato le riprese della sua giovinezza. Lo schermo è diventato, nel senso più vero del termine, una macchina per recuperare la memoria: fotogramma dopo fotogramma, qualcosa si è risvegliato dentro di lui. Da quel giorno questo incontro tra un uomo e i fantasmi della sua stessa giovinezza è diventato la forza motrice del film, la sua spina dorsale. Tutto il resto – le digressioni nei miei ricordi attraverso i filmati in Super 8 della mia famiglia, gli archivi della televisione nazionale francese e dell’emittente locale Télé Alphonse Jouis – ruota attorno a questo momento determinante: un uomo che osserva se stesso da bambino e, a poco a poco, ricorda. Ciò che gli ritorna alla mente non è solo il proprio passato, la sua famiglia e i suoi amici, ma anche il ricordo di un’intera comunità che cerca di sanare le proprie ferite attraverso la riqualificazione dei propri spazi di vita quotidiani nei complessi residenziali di Aubervilliers.Questo film è anche una lettera d’amore agli anni ’80: l’età d’oro della televisione e del VHS. I colori saturi, la tipografia pixelata delle prime sequenze di titoli, le goffe sovrapposizioni video, le dissolvenze incrociate realizzate a mano: tutto questo linguaggio visivo permea l’estetica del film, i suoi titoli, le transizioni e la tavolozza dei colori. Non si tratta di mera nostalgia decorativa: è un modo per rimanere fedeli al mondo che queste immagini hanno creato. La loro ruvidità è una scelta artistica deliberata: ci ricorda che la memoria non viene ripristinata, ma ricostruita. Il montaggio segue questa logica frammentata, riunendo immagini di origini radicalmente diverse accanto a lunghe sequenze di osservazione e a momenti in cui gli abitanti dei quartieri di Aubervilliers si riappropriano gradualmente della propria voce.